Nel decreto lavoro, in preparazione in vista del 1° maggio, le priorità saranno i giovani e le donne. Come ha indicato la premier Giorgia Meloni giovedì nell’informativa alle Camere, per allineare l’Italia agli standard europei occorre intervenire su queste due platee che rappresentano l’anello debole del nostro mercato del lavoro. L’altra linea d’intervento è rappresentata dal contrasto del lavoro povero attraverso la contrattazione collettiva.
Non si esclude che nel decreto 1° maggio possa entrare anche il piano casa; la dote originaria è di circa 950 milioni per la manutenzione e il recupero di 50-60mila immobili di edilizia residenziale sociale, come chiesto da tempo da Confindustria per favorire il superamento del mismatch tra domanda e offerta di lavoro. È in corso un’interlocuzione tra palazzo Chigi, Mef, ministero del Lavoro e Mit per la messa a punto delle misure e, visto che non si vogliono «devastare i conti pubblici», le risorse disponibili dovranno essere indirizzate a poche priorità, in modo selettivo.
C’è anzitutto un’emergenza “occupazione femminile” - il tasso del 53,8% in Italia è tra gli ultimi in Europa dove la media è del 66,8% - e c’è un tema “giovani”: tra i 15 e i 39 anni il tasso di occupazione è al 50,3%, al livello più basso in Europa (la media è 63,8%). Nel Dl Milleproroghe (legge 26/2006) è stato prorogato fino al 30 aprile lo sgravio contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato o trasformazioni di giovani con meno di 35 anni di età, mentre la decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici “svantaggiate” scade a fine anno. Si sta ragionando su come stabilizzare questi due bonus, o quanto meno assicurarne una durata più lunga, compatibilmente con la tenuta dei conti pubblici.
C’è poi il tema del lavoro povero. La risposta dovrebbe arrivare con l’attuazione della delega al governo in materia di retribuzione dei lavoratori e contrattazione collettiva che è in scadenza il 18 aprile, approvata dalla maggioranza in sostituzione della proposta di legge unitaria delle opposizioni sull’introduzione del salario minimo legale. Ma i tempi stringono e non si esclude che alcune di queste norme possano trovar posto nel provvedimento del 1° maggio. Tra i criteri direttivi della delega c’è il sostegno del «rinnovo puntuale dei contratti collettivi nazionali di lavoro», attraverso l’eventuale riconoscimento ai lavoratori di incentivi per bilanciare e, se possibile, compensare la riduzione del potere di acquisto.
Un punto controverso della delega è rappresentato dal fatto che si considerano i trattamenti economici minimi complessivi previsti dai Ccnl «più applicati» - dizione che sostituisce il riferimento ai contratti stipulati dalle parti sociali «comparativamente più rappresentative» usato nel diritto del lavoro italiano - per assicurare ai lavoratori «trattamenti retributivi giusti ed equi». Il governo dovrà decidere se confermare o meno nel provvedimento questa impostazione che è pesantemente criticata dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative - ritengono che si aprirà ai “contratti pirata”-; la scelta è di natura squisitamente “politica”.
La bozza che sta circolando in questi giorni, considerata «superata» dal ministero del Lavoro, prevede che per promuovere il tempestivo rinnovo dei Ccnl, decorsi sei mesi dalla scadenza del contratto, in assenza del relativo rinnovo, sia corrisposta ai lavoratori un’indennità provvisoria della retribuzione pari al 30% del tasso di inflazione programmato, applicata ai minimi retributivi contrattuali vigenti. Dopo dodici mesi di vacanza contrattuale l’importo riconosciuto sale al 60%. Ma c’è un grosso problema di coperture, considerando che a fine 2025 l’Istat stimava in 5,5 milioni i lavoratori con contratto scaduto (3,2 milioni, escludendo quei lavoratori che nel frattempo hanno avuto il contratto rinnovato), con una media di 18,9 mesi di attesa.
La stessa bozza estende la validità di alcune misure della legge di Bilancio 2026: dal 1° gennaio 2027 è confermata l’imposta sostitutiva del 5% sui rinnovi contrattuali sottoscritti dal 1° gennaio 2024 ai dipendenti con reddito fino a 33mila euro, così come viene prorogata al 2028 la cedolare secca dell’1% sui premi di produttività e sulle somme erogate per la partecipazione agli utili fino a 5mila euro. Tra le misure contenute nella bozza c’è anche la portabilità delle prestazioni di welfare aziendale per i lavoratori che cambiano azienda, e il credito d’imposta del 20% ai datori di lavoro che erogano prestazioni di welfare aziendale destinate al sostegno della genitorialità, della natalità e dell’educazione dei figli.
Cit. “Il Sole 24 Ore”



